Il terremoto in Irpinia del 23 novembre 1980

Il 23 novembre 1980, alle 19:34, un forte terremoto di magnitudo 6,9 colpì l’Appennino campano-lucano, investendo una vasta area della Campania e della Basilicata e, marginalmente, la Puglia. Secondo le ricostruzioni dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) non si trattò di un’unica scossa “semplice” ma di una sequenza di sub-eventi ravvicinati che, in meno di un minuto, coinvolse più segmenti di faglia, ampliando la distribuzione degli effetti.
Nelle ore notturne la conoscenza del disastro rimase parziale e solo all’alba del giorno seguente cominciò a delinearsi una mappa più attendibile della distruzione.
I danni furono ingenti: 2.734 vittime, circa 9.000 feriti e 280.000 sfollati. Cifre che diventarono il segno tangibile di una prolungata crisi abitativa, assistenziale e sanitaria.
A ciò si aggiunse il collasso delle reti di servizio: linee elettriche e telefoniche saltarono, interrompendo le comunicazioni con il centro, e la circolazione ferroviaria si arrestò, con la penisola “tagliata in due”. L’isolamento di molte aree interne, aggravò l’emergenza e ostacolò l’arrivo dei soccorsi.
Alla perdita di vite si accompagnò la distruzione di intere comunità: quindici paesi risultarono quasi totalmente distrutti (tra cui Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, Conza della Campania, Castelnuovo di Conza, Balvano, Calabritto, Caposele, Teora, Torella dei Lombardi, Pescopagano e Senerchia), mentre centinaia di altri centri registrarono danni gravi o diffusi.
In termini amministrativi, i comuni che riportano gravi lesioni furono 688 e circa la metà di essi perse l’intero patrimonio abitativo, con case e fabbricati collassati e centri storici compromessi.
L’impatto fu aggravato da effetti indotti: le scosse innescarono numerose frane, alcune imponenti (Calitri, Caposele, Calabritto, Senerchia), contribuendo all’isolamento di aree interne e alla moltiplicazione delle criticità territoriali.